MarketingSalento.com · Magazine Digitale Indipendente

Che cosa facciAmo

Tanto sarà impossibile che lo leggi tutto.

Fondata nel 2016 in provincia di Lecce, MarketingSalento.com nasce come società e diventa un viaggio attraverso lavoro, persone, territori, errori, idee e identità digitali.

Una pagina lunga, senza scorciatoie, filtri o promesse di successo facile.

Che cosa facciAmo — avanzamento della lettura Sei allo 0%

Che cos’è MarketingSalento.com

MarketingSalento.com S.r.l. è un’azienda fondata nel 2016 in provincia di Lecce.

Con il tempo, però, la sua storia è diventata molto più di una storia aziendale: è diventata un viaggio.

Sì, esattamente: il mio viaggio.

Dal 2020 vivo in Inghilterra, precisamente nell’Oxfordshire, il territorio che ha in Oxford la sua città simbolo e che io, attraverso la mia esperienza personale, ho iniziato a chiamare Salento England.

MarketingSalento.com non è un sito creato per vendere prodotti, servizi di marketing o soluzioni preconfezionate. È un viaggio itinerante alla scoperta di luoghi, culture, territori e persone.

È un archivio di esperienze, idee e progetti: quelli del passato, quelli che stanno nascendo oggi e quelli che racconteremo nel futuro.

È un magazine indipendente. Un luogo in cui il Salento, l’Italia, l’Inghilterra e il resto del mondo possono incontrarsi.

È il racconto di un percorso iniziato molti anni fa e ancora in continua evoluzione.

MarketingSalento.com non racconta soltanto il marketing. Racconta la vita, il lavoro, le idee e tutto ciò che può nascere da un modo differente di vedere le cose.

RaccontiAmo esperienze reali

Qui racconto gli incontri, le esperienze e i passaggi della mia vita.

Racconto gli anni trascorsi in Italia, la mia amatissima nazione, nella quale sono nato il 1° maggio 1981, fino al 2020, quando, per una serie di motivi, la mia vita ha cambiato direzione.

O forse sono stato io a decidere di cambiarla.

Sono ripartito da zero e sono arrivato nel mio personale Pianeta Inghilterra, per lavorare come manovale in un’impresa edile.

MarketingSalento.com è la vetrina di una vita fatta di errori, fallimenti, occasioni perse, opportunità recuperate e, qualche volta, nuovamente perdute.

È il racconto di una vita normale, fatta di cadute — tantissime — di risalite e poi ancora di altre cadute.

Perché quando il cervello corre è quasi impossibile non cadere. Quando una persona prova a fare qualcosa, a costruire o a realizzare un’idea, è impossibile non incontrare anche il fallimento.

Questo è un viaggio senza filtri.

In questo fottutissimo mondo quasi tutti cercano di mostrarsi come persone di successo. Io no.

A me il successo non interessa. A me interessa l’obiettivo.

Mi interessa soprattutto l’obiettivo difficile: quello nel quale la possibilità di perdere è alta, ma che merita comunque di essere inseguito.

L’importante non è soltanto vincere. A volte l’importante è perdere, perché da una sconfitta puoi imparare qualcosa che una vittoria non sarà mai capace di insegnarti.

La vittoria può rappresentare un arrivo. Perdere, invece, può significare non fermarsi, continuare a lottare e cercare ancora.

E qualche volta perdere significa anche perdersi.

Ma forse è proprio quando ci perdiamo che iniziamo davvero a capire quale strada vogliamo percorrere.

DocumentiAmo la storia dei progetti

Progetti passati e progetti futuri: qui verrà raccontato tutto.

Lo faremo seriamente, ma anche — e soprattutto — con ironia, perché la vita bisogna certamente prenderla sul serio, senza però dimenticare di sorriderle in faccia.

Le difficoltà che si incontrano quando si prova a realizzare qualcosa di unico, qualcosa che gli altri non fanno o non riescono ancora a immaginare, sono infinite. È anche per questo che ho deciso di raccontarle.

È facile osservare un progetto fallito e giudicarlo dal risultato finale. È molto più difficile comprendere quanto lavoro, quanta energia, quanto tempo e quanta ostinazione possano essere stati investiti dietro qualcosa che, agli occhi degli altri, sembrava impossibile fin dall’inizio.

Sì, rivoluzioni e progetti rivoluzionari.

La mia vita è stata spesso così.

Non è stata una vita lineare, ordinata o prevedibile. È stata una vita folle: piena di idee, tentativi, partenze, cambiamenti, errori, scoperte e nuove direzioni.

Mi piace leggere, cercare, scoprire, documentare e raccontare ciò che incontro navigando nel web e attraversando la realtà.

Non mi fermo quasi mai davanti all’apparenza di qualcosa.

Può essere un logo, un disegno, un nome, un progetto, una persona o, naturalmente, una bellissima donna. Io cerco sempre di andare oltre. Indago, scavo, studio e provo a capire qualcosa in più.

Perché dietro ciò che vediamo esiste quasi sempre una storia che non conosciamo.

In Inghilterra, per esempio, ho incontrato persone fantastiche: gli emigranti.

Persone con nomi diversi, lingue differenti, provenienti da nazioni e continenti lontani. È proprio lì che nasce una delle più grandi scoperte della vita: nell’incontro con chi non assomiglia a noi.

Attraverso queste persone conosci nuove esperienze, nuove tradizioni, nuovi sapori, nuove culture e nuovi modi di vedere il mondo. E mentre ascolti le loro origini, trovi anche lo spazio per raccontare le tue.

Questo, per me, è uno degli aspetti più belli dell’emigrazione.

Io la considero una forma di destagionalizzazione umana, non territoriale.

La destagionalizzazione territoriale prova a distribuire persone ed esperienze in luoghi e periodi differenti dell’anno. Quella umana, invece, porta una persona fuori dal proprio ambiente abituale, lontano dalle proprie certezze, costringendola a vivere stagioni nuove della propria esistenza.

Emigrare significa cambiare paesaggio, lingua, lavoro, abitudini e prospettiva. Significa uscire dalla propria stagione e imparare a vivere in quella degli altri.

Nella vita, sui social e nella comunicazione in generale siamo abituati a mostrare soltanto la parte positiva: i successi, le vittorie, i risultati e le immagini migliori.

Io credo, invece, che dovremmo avere il coraggio di osservare e raccontare anche i nostri difetti, i nostri errori e le nostre contraddizioni.

Lo stesso vale per un progetto.

Non puoi raccontarne soltanto il successo. Devi raccontarne anche la difficoltà, i problemi, i momenti in cui tutto sembrava perduto e le volte in cui hai continuato pur non sapendo se ne sarebbe valsa la pena.

Perché il risultato finale è soltanto una piccola parte della storia.

Il vero progetto è tutto ciò che è accaduto mentre cercavi di realizzarlo.

StudiAmo nomi e identità digitali

Molti anni fa ho perso un’identità digitale.

Proprio quella perdita mi ha spinto a entrare in un mondo che, fino a quel momento, conoscevo soltanto superficialmente. Ho iniziato a studiarlo, analizzarlo e approfondirlo, fino a trasformarlo in una delle mie più grandi passioni.

È una materia fatta di numeri, lettere, parole, estensioni, lunghezze e tempi di digitazione.

Un’identità digitale può essere collegata a una persona, a un marchio, a un’azienda, a una piccola attività, a una città, a un territorio o persino a un’idea che ancora non esiste.

È un universo infinito.

Quando ci entri davvero e cominci ad appassionarti, difficilmente riesci a staccartene. Ogni parola può generare nuove combinazioni. Ogni lettera può cambiare la forza di un nome. Ogni numero può assumere un significato. Le lingue si incontrano, si traducono, si confondono e si influenzano reciprocamente.

Le identità digitali rappresentano quasi la preistoria della rete.

Vengono prima dei contenuti, prima della grafica, prima delle piattaforme e prima di tutto ciò che successivamente viene costruito.

Prima di realizzare qualcosa, devi capire come chiamarla, come rappresentarla e come renderla riconoscibile.

Esistono storie di identità digitali incredibili: occasioni inspiegabilmente lasciate libere, nomi perduti, recuperati, dimenticati o diventati improvvisamente fondamentali.

La rete è infinita ed è l’unico luogo nel quale una persona, partendo da una piccola stanza e da un computer economico, può provare realmente a collegarsi con l’intero pianeta.

Ho approfondito questa materia segreta inventata dagli inglesi soprattutto vivendo in Inghilterra.

Io, scherzando ma non troppo, dico sempre agli inglesi che sono pronto a sfidarli nella materia che loro stessi hanno inventato.

E se perderò, accetterò la sconfitta.

Il problema è che, fino a oggi, le mie scommesse non le accettano. Forse perché conoscono già la mia follia quando entro nel mondo della Computer Science, dei nomi e delle identità digitali.

Trovare una soluzione per una persona, un’attività o un progetto che non possiedono una vera identità online non è semplice.

Io ho studiato questo mondo per cinque anni, giorno e notte.

Ho stressato tutti i miei personal computer.

I miei computer sono delle Fiat 500, ma io li faccio volare come Lamborghini Diablo.

E voglio precisare una cosa: per imparare a fare ciò che faccio io non servono necessariamente computer Apple da 1.700 sterline.

Io non li ho mai utilizzati.

Ho sempre lavorato con computer da 450 sterline. Li ho spremuti fino all’ultimo componente e, qualche volta, sono riuscito ad arrivare anche oltre ciò che altri realizzano utilizzando strumenti molto più costosi.

Quello che serve veramente è altro:

passione, amore, pazienza e una sana ossessione per ciò che si sta facendo.

Come ho imparato?

La risposta può sembrare allucinante.

Ho imparato anche facendo il netturbino qui in Inghilterra.

Ho imparato vivendo ogni giorno accanto a emigranti provenienti da tutto il mondo, ascoltando nomi, lingue, numeri, pronunce e modi differenti di definire le stesse cose.

Ho imparato analizzando parole e combinazioni.

Ho imparato passando ore, ore, ore — e ancora tantissime ore — davanti al computer.

Al computer, non al telefono a scorrere continuamente i social network.

Nessun lavoro è insignificante quando lo svolgi con dignità, passione e voglia di imparare.

Qui in Inghilterra ho fatto di tutto. E proprio svolgendo lavori che qualcuno considera umili, ho imparato molto più di quanto avrei potuto imparare restando comodamente seduto a parlare soltanto di teoria.

Anche questo verrà raccontato.

No Likes Please

Non sono contrario ai social network.

Anch’io possiedo un profilo Facebook, pubblico Stories, scherzo e mi diverto moltissimo. I social possono essere utili, veloci e capaci di creare relazioni.

Ma NO LIKES PLEASE nasce per comunicare un concetto differente.

Se vuoi raggiungere il mondo, costruire una reputazione e lasciare una presenza riconoscibile, i social network da soli non sono sufficienti.

I social ti prestano uno spazio.

La rete, invece, ti permette di costruire il tuo.

I social possono darti visibilità, contatti, divertimento e interazioni. Ma una vera identità digitale deve esistere anche fuori dalle piattaforme, attraverso un nome, contenuti propri e una struttura capace di essere trovata nel tempo.

Il like dura pochi secondi.

Una buona identità digitale può durare decenni.

Digital Name Intelligence

Digital Name Intelligence è il nome che ho scelto per la mia attività di ricerca sui nomi digitali.

Sì, è proprio così: per lavorare seriamente in questo campo serve una forma di intelligenza particolare, alimentata da studio infinito, curiosità e capacità di osservare ciò che gli altri non vedono.

Bisogna analizzare:

la forza di una parola;

la sua lunghezza;

la facilità di pronuncia;

il tempo necessario per digitarla;

le varianti linguistiche;

gli acronimi;

i numeri;

le estensioni;

la riconoscibilità internazionale;

le possibilità editoriali e commerciali;

la capacità di un nome di diventare un’identità.

In questo magazine parleremo anche di identità digitali comiche, assurde e apparentemente impossibili.

Ma parleremo soprattutto di nomi serissimi, attraverso i quali si possono sviluppare attività, progetti e grandi opportunità commerciali.

Non è necessariamente difficile.

Deve però piacerti.

Devi avere il desiderio di osservare per ore una parola, un logo, un colore o una combinazione di lettere e chiederti che cosa potrebbero diventare.

Questa materia sarà fondamentale per il futuro delle persone, dei territori, dei marchi, delle piccole attività e delle grandi aziende.

Ed è proprio ciò che faccio ogni sera, dopo dieci ore trascorse in cantiere.

È ciò che voglio comunicare soprattutto in Italia, la mia amatissima nazione, che considero ancora molto arretrata nella comprensione delle identità digitali e del loro valore futuro.

Questa è la mia vera vita in Inghilterra.

Osservare nomi, loghi, colori, disegni e parole.

Indagare, approfondire, confrontare e provare a capire che cosa si nasconde dietro l’apparenza.

La sera sono spesso in contatto con partner internazionali per discutere del futuro di questo mondo e delle opportunità che ancora oggi quasi nessuno riesce a vedere.

Non giudicate mai dall’apparenza

Molte persone che mi hanno seguito sui social e hanno riso guardando le mie comiche Stories dei record in cantiere avranno pensato che facessi soltanto lo stupido.

Invece no.

Per me il cantiere è sport, vita, fatica, disciplina, esperienza, luoghi e incontri con persone provenienti da ogni parte del pianeta.

Il lavoro in cantiere è duro, ma in qualche modo mi rilassa.

La parte più pesante della giornata arriva la sera, quando inizio il mio lavoro di ricerca e metto sotto pressione quel cervello che, probabilmente, molti di voi pensano che mi manchi.

La mia vita è fatta anche di questo contrasto:

di giorno trasporto materiali, pulisco, costruisco e lavoro con il corpo;

di sera studio parole, numeri, nomi, identità e futuro con la mente.

Per questo non bisogna mai giudicare una persona dall’apparenza, dal mestiere che svolge o dal modo in cui decide di divertirsi.

Dietro una battuta può esserci una ricerca.

Dietro una tuta sporca può esserci un progetto globale.

Dietro una sconfitta può nascondersi il primo passo verso una scoperta.

Siate sempre umili. Potrete conquistare il mondo, ma prima di tutto dovrete conquistare voi stessi.

RaccontiAmo il Salento e la Puglia senza rinchiuderli

Questo viaggio, per una serie di motivi rivoluzionari, si è evoluto.

Da MarketingSalento.com siamo arrivati a MarketingPuglia.com: una sfida ancora più complessa, perché la Puglia è un territorio più grande, una regione composta da identità, culture e paesaggi differenti.

Il Salento è il punto di origine, non il limite.

Quello che inizialmente sembrava un problema si è trasformato in un’opportunità. Ma ciò che è accaduto ve lo racconteremo in un altro spazio rivoluzionario, perché anche questa storia merita il suo tempo e il suo luogo.

Chi ha detto che dal Sud Italia, da Lecce o dal Salento non possano nascere e svilupparsi progetti grandi, belli e internazionali?

Io vi dico che non è così.

Questa mia piccola azienda di sfide, partendo da un problema legato al Salento, si è ritrovata a dover guardare a tutta la Puglia.

E chi ha detto che dalla Puglia non si possa arrivare all’Italia?

E dall’Italia all’Europa?

E dall’Europa al mondo?

E dal mondo — da questo fottutissimo mondo — magari un giorno mi spedirete su un altro pianeta, dentro un’altra galassia, appartenente a un altro universo.

Va bene, lo ammetto: ciò che ho appena scritto è allucinante.

Ma, cari lettori, attraverso questa materia segreta inventata dagli inglesi si può arrivare veramente molto lontano.

Bisogna però lavorare, studiare e smettere di credere che tutto il mondo digitale sia racchiuso dentro lo schermo di un telefono.

Bisogna staccarsi ogni tanto dai social network e comprendere che esistono spazi differenti, più grandi, più profondi e, molto spesso, migliori.

Il Salento non deve essere rinchiuso dentro i propri confini.

La Puglia non deve essere raccontata soltanto come una destinazione estiva.

Un territorio può partire dalle proprie radici senza restarne prigioniero. Può conservare la propria identità e, nello stesso tempo, dialogare con l’Italia, con l’Europa e con il resto del pianeta.

Per andare lontano non bisogna dimenticare da dove siamo partiti. Bisogna trasformare il luogo da cui veniamo nel primo punto di una mappa molto più grande.

Dal cantiere ai Diamanti Digitali

Quando sono tornato in Inghilterra, dopo un anno trascorso in Italia — un anno che, sinceramente, definirei deprimente — quasi nessuno credeva più in me.

Io, invece, ho ricominciato a lavorare.

Ho lavorato tanto, sempre nei cantieri, ma soprattutto in un grande cantiere ad Harwell Campus, nell’Oxfordshire. Sono rimasto lì per nove mesi e, durante gli ultimi tre, ho lavorato anche il sabato e la domenica, senza neppure un giorno di assenza.

È stato proprio lì che, per colpa — o forse per merito — di un giovane e bravissimo manager, sono diventato Super Mario.

Grazie a Dio, anche strapagato.

Quel lavoro mi ha restituito molto più di uno stipendio. Mi ha restituito forza, disciplina, serenità e soprattutto la possibilità di riprendere in mano ciò che avevo perduto nel 2022.

Non riesco ancora a quantificarlo con precisione, ma parliamo di circa cinquecento o seicento identità digitali.

Cinquecento o seicento strumenti, nomi, progetti e possibilità che erano usciti dalla mia vita e che ho deciso di riconquistare.

Questo ritorno in Inghilterra, nel quale quasi nessuno credeva, ha fatto nascere dentro di me una forza allucinante.

Quei seicento gioielli non li ho soltanto recuperati.

Li ho trasformati in oltre mille Diamanti Digitali.

Li chiamo così perché non li considero semplicemente nomi o strumenti tecnici. Dentro ognuno di essi vedo una possibilità, una storia, un progetto, un territorio, un’attività o una direzione futura.

Ma questi Diamanti non voglio conservarli tutti dentro una cassaforte.

Voglio metterli a disposizione di persone interessate a lavorare in squadra.

Perché attraverso questi strumenti possiamo provare ad arrivare lontano.

Molto lontano.

Non cerco persone che lavorino soltanto per me

La vostra collaborazione non è fondamentale soltanto per me.

Probabilmente, per vivere di questa materia, a me potrebbero bastare dieci dei miei Diamanti Digitali.

Gli altri possono invece diventare possibilità per chi oggi non ha un lavoro, per chi desidera cambiare direzione, per chi possiede capacità che non riesce a utilizzare e per chi è disposto a imparare qualcosa di nuovo.

Io posso offrire formazione, esperienza, idee e asset digitali riconquistati attraverso investimenti economici e migliaia di ore di lavoro.

Ma non cerco spettatori.

Cerco persone con una mentalità aperta, con visione e possibilmente con un po’ meno televisione.

Persone capaci di guardare oltre ciò che esiste già.

Persone che non chiedano immediatamente:

«Quanto guadagno domani?»

ma che sappiano anche domandarsi:

«Che cosa possiamo costruire insieme nel tempo?»

Lo scrivo chiaramente: posso perdere ancora.

Non prometto vittorie facili e non voglio vendere illusioni. Io sono semplicemente una persona che prova.

Prova, sbaglia, cade, ricomincia e tenta nuovamente.

E se dovessi perdere ancora, continuerò a lavorare in cantiere. Non sarebbe la fine del mondo.

In fondo, anche lì mi diverto, incontro ogni giorno fratelli provenienti da nazioni diverse e continuo a conoscere persone, lingue, culture e modi differenti di vivere.

Che cosa chiedo?

Chiedo serietà.

Ma serietà non significa lavorare senza sorridere.

Ci divertiremo, rideremo, impareremo e cresceremo insieme.

Chiedo impegno e applicazione. Non servono conoscenze impossibili o capacità riservate a pochi eletti. Molte delle cose che facciamo possono essere comprese, purché esistano curiosità, pazienza e volontà di imparare.

La formazione la costruiremo insieme.

Metteremo a disposizione strumenti, metodo ed esperienza per provare a portare i nostri progetti in Italia, in Europa e nel mondo.

Ma per farlo serve una squadra.

Serve Team.

Serve collaborazione.

E servono sacrifici.

I nostri nonni hanno affrontato sacrifici enormi per cambiare la vita delle loro famiglie. Se vogliamo costruire qualcosa di differente e vivere meglio, anche noi dobbiamo essere disposti a fare la nostra parte.

Non possiamo desiderare il cambiamento senza accettare la fatica necessaria per realizzarlo.

Dal Salento al mondo

Dal Salento al mondo, e dal mondo nuovamente al Salento.

Non è una sfida impossibile.

Tutto può cambiare.

Si può passare da un periodo di depressione a una nuova serenità interiore. Si può ritrovare un equilibrio, una direzione e un benessere mentale che valgono più di qualsiasi risultato economico.

Questa, per me, è la vera ricchezza della vita.

Certo, i risultati economici sono importanti. Servono per vivere, per investire e per trasformare le idee in progetti concreti.

Ma arrivano con il lavoro.

Con il sudore.

Con la pazienza.

Questa è la vita.

Non possiamo trascorrerla soltanto lamentandoci o piangendoci addosso.

Siamo figli e nipoti di persone che hanno affrontato sacrifici enormi. Dobbiamo imparare dalla loro forza, senza vergognarci della fatica e senza credere che tutto ci sia dovuto.

Io, fino a venticinque anni, ho trovato quasi tutto pronto.

Il vero valore delle cose ho iniziato a comprenderlo soltanto quando sono arrivate le difficoltà.

È proprio nelle difficoltà che ho cominciato realmente a imparare.

Oggi sono felice di poter raccontare anche queste emozioni, perché forse possono essere utili a qualcuno che si trova fermo, confuso o convinto di avere ormai perso troppo tempo.

Avete commesso degli errori?

Nessun problema.

Gli errori sono università.

Avete commesso tantissimi errori?

Ancora meglio.

Tantissimi errori sono tantissimi master di primo livello.

Quindi, se avete sbagliato molto — come ho sbagliato io in tantissime occasioni — forse siete già molto più preparati di quanto pensiate.

Siete formati per affrontare la vita con una nuova visione.

Non dovete cancellare tutto ciò che avete fatto.

Dovete imparare a utilizzare anche le sconfitte, le cadute e le decisioni sbagliate come strumenti per costruire una direzione differente.

Un errore può diventare esperienza.

Una perdita può diventare ricerca.

Una caduta può diventare il punto dal quale iniziare a risalire.

Non è mai troppo tardi per ripartire.

AnalizziAmo il marketing in modo concreto

Non sono laureato.

Sono diplomato come perito meccanico, questo sì. Ma non possiedo una laurea in Scienze della comunicazione, in Marketing, in Web Marketing, in Matematica o in Informatica.

Non ho nessuna laurea.

Ho soltanto una passione iniziata quando ero molto giovane. Ho letto tanto, cercato informazioni, studiato attraverso Google e Wikipedia, seguito riviste specializzate, soprattutto nel mondo del franchising, osservato aziende, marchi, pubblicità, insegne, negozi, colori, nomi e comportamenti delle persone.

E soprattutto ho commesso errori.

Tanti.

Lo sottolineo continuamente perché non voglio presentarmi come il professore che sale in cattedra e spiega agli altri come si costruisce il successo. Non faccio lezioni accademiche e non vendo formule magiche.

Racconto semplicemente quello che ho osservato, provato, sbagliato e imparato vivendo dentro ambienti reali, spesso molto lontani dai social network.

Le Stories non sono la mia vita

Molte persone mi conoscono soprattutto per le mie Stories su Facebook.

La cosa divertente è che non possiedo neppure la password del mio profilo. Eppure qualcuno, vedendomi pubblicare diverse Stories durante la giornata, potrebbe pensare che io trascorra ore e ore sui social.

Non è così.

Per realizzare una Story impiego spesso meno di un minuto. Le faccio perché mi diverto, scherzo, racconto ciò che accade intorno a me e trasformo anche il lavoro più duro in una piccola rappresentazione comica.

Lo dico con la mia solita eleganza:

Mi masturbo nelle Stories, ma il vero amore lo faccio altrove.

Le Stories sono divertimento, ironia, provocazione e contatto immediato con le persone.

Ma il lavoro vero arriva dopo.

Arriva quando chiudo il telefono, accendo il computer e comincio a studiare, confrontare, scrivere, progettare e cercare ciò che ancora non esiste.

Si parte dalle basi

Con me si parte dalle basi.

Non bisogna avere conoscenze tecniche straordinarie. Non serve conoscere ogni programma, ogni linguaggio o ogni teoria della comunicazione.

Serve soprattutto curiosità.

Bisogna avere voglia di chiedersi perché una cosa funziona e un’altra no. Perché ricordiamo un nome e ne dimentichiamo cento. Perché riconosciamo immediatamente un colore, un segno o una forma. Perché alcuni progetti riescono a far parlare di sé anche senza spendere cifre enormi e altri scompaiono nonostante campagne pubblicitarie continue.

Il marketing non inizia quando pubblichi una fotografia.

Inizia molto prima.

Inizia quando provi a capire chi sei, che cosa rappresenti, che cosa vuoi comunicare e perché qualcuno dovrebbe ricordarsi di te.

Il marketing non si fa soltanto sui social

Il marketing non si fa sui social network.

O almeno, non si fa soltanto lì.

I social sono strumenti. Possono essere utili, veloci, divertenti e capaci di creare relazioni. Ma non rappresentano l’intero spazio digitale.

Molti hanno trasformato i social nella propria casa, quando in realtà stanno vivendo in una stanza concessa temporaneamente da qualcun altro.

Io lo dico chiaramente:

I social sono la vostra prigione, non la mia.

La mia presenza non può dipendere soltanto da una piattaforma, da un algoritmo, da un numero di visualizzazioni o dalla decisione improvvisa di qualcuno che può ridurre la mia visibilità da un giorno all’altro.

Il vero lavoro si costruisce su una struttura più ampia.

I social possono amplificare un’identità.

Non possono sostituirla.

Prima l’identità, poi la pubblicità

Fare pubblicità non significa possedere un’identità.

Puoi spendere migliaia di euro, apparire continuamente, comprare spazi, pubblicare video e mostrare il tuo messaggio a tantissime persone.

Ma se nessuno riesce a capire chi sei, a ricordarsi di te o a distinguerti dagli altri, quella pubblicità produce soltanto rumore.

L’identità viene prima della pubblicità.

E attenzione: non viene prima semplicemente il logo. Non viene prima neppure il nome, preso da solo.

Prima viene l’identità complessiva.

Il nome, il segno, il linguaggio, i colori, la voce, il comportamento, la coerenza e il modo in cui un progetto si presenta devono diventare parti riconoscibili della stessa storia.

Un bel logo senza identità è soltanto un bel disegno.

Un nome senza una direzione è soltanto una parola.

Una pubblicità senza struttura è soltanto denaro che corre velocemente e scompare.

Essere riconoscibili significa riuscire a comunicare la stessa personalità in ogni punto di contatto.

Soltanto così le persone iniziano a ricordare, riconoscere e, soprattutto, parlare spontaneamente di un progetto.

E quando le persone iniziano a parlarne senza essere pagate per farlo, allora qualcosa sta realmente funzionando.

I Like non sono il risultato

Molte idee rivoluzionarie, diventate successivamente aziende enormi, sono nate prima dei social network e prima delle tecnologie che oggi consideriamo indispensabili.

Questo dovrebbe farci riflettere.

Non pensate che i social siano il risultato finale.

E non pensate che diecimila Like rappresentino automaticamente un successo.

I Like possono essere piacevoli.

I cuoricini possono gratificare.

Le visualizzazioni possono creare entusiasmo.

Ma il risultato di un’attività non si chiama Like.

Si chiama:

fatturato, continuità, clienti, lavoro, reputazione, crescita e capacità di sopravvivere nel tempo.

Un progetto può ricevere migliaia di reazioni e non produrre nulla.

Un altro può essere seguito da poche persone, ma possedere clienti reali, struttura, credibilità e risultati economici concreti.

Il pubblico visibile e il valore reale non sono sempre la stessa cosa.

Per questo bisogna imparare a distinguere l’apparenza dalla sostanza.

Dal piccolo si può pensare in grande

Non bisogna partire necessariamente da capitali enormi.

Si può cominciare con un progetto piccolo, locale e apparentemente insignificante.

Ma anche una piccola attività deve essere pensata con serietà.

Un bar, un ristorante, un artigiano, una struttura ricettiva o un negozio di paese possono costruire un’identità molto più forte di aziende che spendono cifre enormi senza sapere che cosa vogliono comunicare.

Pensare in grande non significa fingere di essere grandi.

Significa costruire bene fin dall’inizio, anche quando si è ancora piccoli.

Significa scegliere con attenzione ogni parola, ogni immagine, ogni contatto e ogni promessa fatta alle persone.

Significa non inseguire soltanto ciò che va di moda oggi, ma costruire qualcosa che possa avere ancora senso domani.

Una cultura che ancora manca

In Italia, e anche in altre nazioni, questa cultura è ancora poco sviluppata.

Abbiamo altre qualità straordinarie: creatività, storia, artigianato, bellezza, capacità di adattamento e intelligenza pratica.

Ma spesso manca una vera cultura dell’identità, della struttura e della continuità.

Si pensa prima alla pubblicità e dopo al progetto.

Prima ai follower e dopo ai clienti.

Prima alla fotografia e dopo al contenuto.

Prima a sembrare e dopo a essere.

Io credo che dobbiamo invertire questo ordine.

Prima costruiamo qualcosa che meriti di essere raccontato.

Poi troviamo il modo migliore per raccontarlo.

Il marketing concreto non consiste nel convincere le persone che una cosa sia straordinaria.

Consiste nel costruire qualcosa di riconoscibile, credibile e utile, fino al punto che siano le persone stesse a comprenderne il valore.

Non servono formule segrete.

Serve osservazione.

Serve pazienza.

Serve identità.

E soprattutto serve il coraggio di guardare oltre i numeri facili, le mode del momento e l’illusione che un cuoricino sullo schermo possa sostituire un progetto vero.

Il marketing non è apparire per qualche secondo.

Il marketing è riuscire a essere ricordati quando lo schermo viene spento.

CostruiAmo memoria digitale

Per me memoria digitale significa soprattutto avere ordine nel cervello.

Nel corso della vita produciamo fotografie, testi, loghi, manifesti, documenti, idee, progetti e migliaia di altri materiali. Molte volte pensiamo che siano al sicuro perché si trovano dentro un telefono, un computer o un social network.

In realtà, molto spesso, sono soltanto dispersi.

Sui social tutto si perde dopo poco tempo. Un’immagine viene pubblicata, riceve qualche reazione, viene guardata per alcune ore e poi scompare sotto centinaia di nuovi contenuti.

Forse il file continua a esistere, ma la sua storia è già stata dimenticata.

Costruire memoria digitale significa recuperare quel materiale, organizzarlo, comprenderlo e spiegare perché sia esistito.

Non voglio conservare soltanto fotografie belle o progetti riusciti. Voglio recuperare anche gli errori, le campagne dimenticate, i testi imperfetti, le idee non realizzate e tutto ciò che può aiutare a ricostruire un percorso vero.

Quando recupero una vecchia fotografia non sto recuperando soltanto un’immagine.

Sto recuperando una persona, un incontro, una decisione, un momento della mia vita e, qualche volta, una parte di me che avevo completamente dimenticato.

La memoria digitale non serve a vivere nel passato. Serve a impedire che il passato venga cancellato e a capire che cosa possiamo ancora costruire attraverso ciò che abbiamo imparato.

Ciò che non viene documentato rischia di non essere mai esistito.

OsserviAmo il presente e immaginiAmo il futuro

Da moltissimo tempo osservo con passione i territori.

Ho iniziato nel 2010 con alcune esperienze reali, progetti e tentativi che racconterò nel corso di questo viaggio. Con il passare degli anni, però, questo interesse si è ampliato fino a diventare una vera ricerca.

Ho osservato città, paesi, regioni e luoghi straordinari. Ho osservato soprattutto il turismo e mi sono accorto che, in alcuni territori, non manca la bellezza.

Manca l’immagine.

Manca una presenza digitale organizzata.

Manca una narrazione capace di collegare luoghi, persone, attività, cultura, storia e opportunità.

Molte volte ho trovato soltanto pagine Facebook o profili Instagram. Lo ripeto: anche questi strumenti sono importanti. Possono raccontare il presente, mostrare immagini, creare relazioni e raggiungere rapidamente le persone.

Ma esiste anche altro.

Un territorio non può affidare tutta la propria identità a una sequenza di fotografie che, dopo pochi giorni, viene sommersa da nuovi contenuti.

Ha bisogno di una struttura.

Ha bisogno di memoria, continuità, ricerca, approfondimento e collegamenti capaci di durare nel tempo.

Tutti parlano dei problemi

Per anni ho ascoltato strutture ricettive e attività del settore lamentarsi degli alti costi legati alle prenotazioni e alle grandi piattaforme.

Ho sentito parlare di commissioni, dipendenza, scarsa visibilità e difficoltà nel costruire un rapporto diretto con le persone.

Ma raramente ho visto qualcuno studiare seriamente il fenomeno e provare a costruire un’alternativa.

Allo stesso modo, in molti territori ho sentito ripetere continuamente la necessità di aumentare i flussi turistici, allungare la stagione, sostenere le attività locali e attirare nuovi visitatori.

Ho sentito tanti discorsi.

Ho visto convegni, slogan, fotografie, promesse e parole bellissime.

Ma molto spesso non ho visto nessuno iniziare davvero a costruire.

Ecco, cari lettori, io sono fatto diversamente.

Io non riesco a fermarmi a parlare del problema.

Provo ad affrontarlo.

Posso sbagliare. Posso perdere denaro, tempo ed energie. Posso costruire qualcosa che non raggiungerà il risultato immaginato.

Ma non riesco ad arrendermi prima ancora di aver tentato.

Preferisco perdere provandoci piuttosto che vincere una discussione nella quale nessuno ha realizzato nulla.

Non offro magie

Oggi posso mettere a disposizione molte opportunità, soprattutto per i giovani, per chi cerca una nuova direzione e per chi possiede capacità che non ha ancora avuto la possibilità di utilizzare.

Ma voglio essere chiaro.

Non sono magie.

Non sono formule attraverso le quali si diventa ricchi in pochi giorni.

Non sono promesse costruite per convincere qualcuno.

Sono infrastrutture digitali sulle quali si può lavorare.

Sono nomi, idee, territori, contenuti, collegamenti, strumenti e progetti che devono essere sviluppati con serietà.

Possono diventare occasioni solo attraverso il lavoro, la formazione, la collaborazione, la pazienza e la capacità di costruire nel tempo.

Io posso offrire una parte del percorso, ma non posso percorrerlo al posto degli altri.

Posso indicare una possibilità, mettere a disposizione strumenti e condividere ciò che ho imparato.

Poi servono persone curiose, responsabili e abbastanza folli da credere che anche da un piccolo paese del Sud Italia possa nascere qualcosa capace di viaggiare nel mondo.

Oggi un sito non basta più

Un tempo poteva essere sufficiente creare un sito, inserire alcune pagine, pubblicare delle fotografie e aspettare che qualcuno lo trovasse.

Oggi non basta più.

Un sito isolato rischia di diventare una casa bellissima costruita nel deserto, senza strade, senza cartelli e senza collegamenti con ciò che la circonda.

Oggi servono ecosistemi editoriali.

Un ecosistema editoriale non è soltanto un insieme di pagine.

È una struttura nella quale ogni contenuto ha una funzione e ogni progetto può collegarsi ad altri argomenti, territori, lingue e pubblici.

Una città può collegarsi alla propria provincia.

Una provincia può entrare nel racconto di una regione.

Una regione può dialogare con l’Italia, con l’Europa e con il resto del mondo.

Una struttura ricettiva non deve essere soltanto una scheda commerciale. Può diventare parte del racconto di un luogo, della sua cultura, delle sue esperienze e delle persone che lo rendono vivo.

Un’attività locale non deve essere soltanto trovata.

Deve essere compresa, riconosciuta e ricordata.

Questa è la differenza tra essere semplicemente presenti e costruire una vera identità.

Immaginare il futuro significa iniziare oggi

Il futuro non si costruisce aspettando che qualcuno arrivi a risolvere i nostri problemi.

Non arriva attraverso un annuncio, un finanziamento o una nuova piattaforma miracolosa.

Il futuro comincia quando qualcuno decide di osservare ciò che manca e prova a realizzarlo.

Per questo studio territori, attività, nomi, comportamenti, turismo e nuove forme di collaborazione.

Per questo continuo a costruire, anche quando il progetto sembra troppo grande per una persona sola.

Io non conosco ancora il risultato finale.

E forse è proprio questo il bello.

So soltanto che voglio creare strumenti capaci di collegare territori e persone, offrire nuove possibilità alle attività locali e dare spazio a chi possiede idee, competenze e volontà di imparare.

Non voglio limitarmi a raccontare ciò che il presente ci mostra.

Voglio osservare ciò che ancora non esiste e chiedermi:

Perché non proviamo a costruirlo?

Qualcuno continuerà a parlare dei problemi.

Qualcun altro aspetterà che agiscano gli altri.

Io preferisco iniziare.

Magari perderò.

Magari fallirò ancora.

Ma almeno, mentre gli altri raccontavano ciò che mancava, io avrò provato a creare qualcosa.

Il presente si osserva.

Il futuro si immagina.

Ma per trasformarlo in realtà bisogna alzarsi e cominciare a costruire.

Indipendenza editoriale

In questo magazine esiste una totale indipendenza editoriale.

Qui, in primo piano, non parleremo soltanto di successi. Il successo, qualora dovesse arrivare, sarà semplicemente la conclusione di una lunga serie di capitoli incontrati durante un percorso.

Prima del risultato esistono sempre il lavoro, i dubbi, le decisioni sbagliate, le cadute, le ripartenze, le persone incontrate e tutti gli ostacoli che nessuno vede.

Sono sempre stato così.

Già ai tempi dei miei lunghissimi post su Facebook raccontavo le mie imprese, le mie idee e le mie personali follie con autocritica e coraggio.

Non ho mai avuto paura di parlare di ciò che non funzionava.

Raccontare soltanto le vittorie significa raccontare una storia incompleta. Io voglio raccontare anche gli errori, le contraddizioni e tutto ciò che accade prima di arrivare — forse — a un risultato.

Dico forse perché nessun risultato è garantito.

Ma il tentativo, quello sì, dipende da noi.

Non sono mai stato omologato

Ho sempre desiderato essere differente.

Non mi è mai piaciuto copiare gli altri e non mi hanno mai attirato le cose facili.

Mi considero anarchico nel modo di pensare.

Questo non significa che non rispetti le regole. Le rispetto, ma possiedo anche le mie regole, le mie visioni e un modo personale di osservare la vita.

Non accetto automaticamente una strada soltanto perché è quella seguita da tutti.

Nel mio percorso ho scelto spesso sentieri difficili, tortuosi e problematici. Qualche volta li ho scelti consapevolmente. Altre volte sono stati loro a scegliere me.

Ma per arrivare in alto — ammesso che un giorno ci si riesca — bisogna inevitabilmente superare degli ostacoli.

Le montagne non si scalano attraverso strade completamente pianeggianti.

Ho quarantacinque anni e sono ancora un sognatore.

E ne sono felice.

Sognare mi ha aiutato ad attraversare la depressione, che ha fatto parte di diverse stagioni della mia vita.

Quando continui a immaginare qualcosa, anche nei momenti più difficili riesci a vedere una direzione. Forse non sai ancora come raggiungerla, ma almeno sai che esiste un luogo verso il quale continuare a camminare.

Per questo, nella mia visione, i problemi non sono mai soltanto problemi.

I problemi sono opportunità che non abbiamo ancora compreso.

Non sono un maestro

Non mi considero un maestro.

Esistono sicuramente uomini e donne molto più preparati di me, anche nelle materie che studio ogni giorno.

Non ho nessun problema ad ammetterlo.

Ci sarà sempre qualcuno che conosce più cose, possiede più esperienza o ha studiato molto più profondamente un determinato argomento.

Ma essere un leader, quello sì.

Questo non posso e non voglio nasconderlo.

Essere un leader non significa sapere tutto.

Significa non tirarsi indietro davanti ai problemi, assumersi delle responsabilità, decidere quando è necessario e avere il coraggio di ammettere un errore.

Un vero leader ascolta.

Ascolta le idee, le critiche, le proposte e perfino le persone che non sono d’accordo con lui.

Perché una buona idea non diventa meno buona soltanto perché non è nata nella testa del leader.

Non voglio essere il capo

Non voglio costruire un’impresa nella quale io debba essere semplicemente il capo.

Le imprese sono fatte di uomini e donne.

Sono fatte di esperienze, capacità, caratteri, energie, idee e differenze.

Io voglio i migliori.

Ma non necessariamente i migliori nella materia.

Voglio soprattutto i migliori come anima.

Persone che si impegnano.

Persone affidabili.

Persone che guardano prima al risultato dell’obiettivo e successivamente anche al risultato economico.

Il denaro è importante. Nessuna attività può sopravvivere senza risultati economici.

Ma quando il denaro diventa l’unico motivo per il quale una persona partecipa a un progetto, alla prima difficoltà quella persona scompare.

Per costruire qualcosa di grande servono persone che credano anche nel percorso.

Non ho scelto chi pagava di più

Durante la mia esperienza nei cantieri inglesi non ho mai scelto automaticamente il luogo nel quale mi pagavano di più.

Ho sempre preferito il luogo nel quale stavo meglio.

Il luogo nel quale potevo esprimere le mie potenzialità, raddoppiare le mie energie, contribuire realmente e provare a diventare il numero uno, invece di restare semplicemente un numero qualsiasi.

Non mi interessa occupare una poltrona comoda soltanto perché qualcuno offre più denaro.

Preferisco pulire la spazzatura, lavare i bagni o svolgere il lavoro più duro, purché mi trovi in un ambiente nel quale esistano educazione, rispetto e benessere mentale.

Queste sono le mie prime regole.

Non scelgo un’esperienza soltanto in base al prezzo.

La scelgo in base al valore.

Perché, tanto per utilizzare i miei numeri leggermente allucinanti, se qualcuno mi offrisse cinque miliardi al giorno in un ambiente dove esistono rispetto e cooperazione, e qualcun altro cinquanta miliardi al giorno in un ambiente tossico, sceglierei i cinque miliardi.

Forse con un po’ di sofferenza.

Ma sceglierei i cinque.

ONLY GOD IS MY BOSS

ONLY GOD IS MY BOSS parla esattamente di questo.

Parla del non voler avere padroni e, nello stesso tempo, del non voler diventare il padrone di nessuno.

È una visione forse strana della vita, ma è una visione nella quale provi a guidare personalmente la tua direzione.

Nella vita esistono capi che io definisco, con la mia solita delicatezza, mezze seghe raccomandate.

Possiedono un titolo, ma non una leadership.

Pretendono rispetto senza essere capaci di rispettare.

Chiedono risultati senza conoscere il lavoro necessario per raggiungerli.

Non ascoltano e non ammettono mai un errore.

Poi esistono quelli che io chiamo Doppi Capi.

Sono persone che non hanno bisogno di ricordarti continuamente il proprio ruolo.

Guidano attraverso l’esempio.

Sanno ascoltare, conoscono il lavoro, rispettano le persone e riescono a ottenere anche cose apparentemente impossibili senza distruggere chi lavora con loro.

Quelli sono i leader che scelgo io.

E il livello di Doppio Capo non lo assegna un titolo scritto su una porta.

Lo decido io osservando la persona, il suo comportamento e il modo in cui tratta gli altri.

Il rispetto rende possibile l’impossibile

Non lavoro bene per chi mi stressa inutilmente o pretende cose impossibili trattandomi come un oggetto.

Lì, anche se mi paghi il triplo, io non riesco a dare il meglio.

Ma quando una persona mi rispetta, mi ascolta e riconosce il valore del mio lavoro, allora le cose impossibili provo a farle con piacere.

Non faccio nulla soltanto per obbligo.

Posso affrontare sacrifici enormi quando comprendo il senso di ciò che stiamo costruendo.

Il rispetto moltiplica l’energia.

La prepotenza la distrugge.

E questa filosofia la applico anche alle persone che mi aiutano a sviluppare i miei progetti.

Non voglio collaboratori silenziosi che eseguano qualsiasi ordine.

Voglio persone capaci di pensare, proporre, discutere e perfino dirmi:

«Carmelo, secondo me questa volta stai sbagliando.»

Un vero leader non ha paura di una frase del genere.

La ascolta.

Poi può decidere diversamente, perché qualcuno deve assumersi la responsabilità finale. Ma una decisione presa dopo aver ascoltato vale molto più di un ordine impartito soltanto per dimostrare chi comanda.

Da soli non si arriva in un’altra galassia

Per raggiungere un pianeta appartenente a un’altra galassia, dentro un altro universo, non possiamo viaggiare da soli.

Serve una squadra.

Serve un Team.

Un leader può indicare una direzione e assumersi la responsabilità delle decisioni. Ma senza persone capaci, sincere e motivate, anche la visione più grande resta soltanto una frase.

Il leader non è colui che cammina davanti agli altri aspettandosi che tutti lo seguano in silenzio.

È colui che riesce a far comprendere perché valga la pena affrontare il viaggio insieme.

Un leader ascolta.

Un leader impara.

Un leader ammette l’errore.

Un Capo Mezza Sega, invece, non sbaglia mai.

Almeno secondo lui.

Per questo io non cerco capi e non voglio diventarlo.

Cerco Doppi Capi, leader, compagni di viaggio e persone capaci di costruire insieme.

Persone che non abbiano paura della fatica, delle difficoltà e delle idee apparentemente folli.

Persone che sappiano ridere, ma anche assumersi delle responsabilità.

Persone che comprendano che nessuno conquista il mondo da solo.

ONLY GOD IS MY BOSS non significa rifiutare ogni guida. Significa scegliere consapevolmente chi merita di essere seguito, senza rinunciare mai alla propria dignità, alla propria libertà e alla propria capacità di pensare.

Io non voglio comandare nessuno.

Voglio costruire con persone che non abbiano bisogno di essere comandate.

Perché i grandi progetti non nascono dall’obbedienza cieca.

Nascono dal rispetto, dalla fiducia, dalla collaborazione e dalla forza di tante persone che decidono di guardare nella stessa direzione.

Un capo ordina.

Un leader ascolta.

Un Doppio Capo costruisce insieme agli altri.

La porta verso ciò che verrà

Questo sito è una porta di accesso verso altri grandi progetti ancora in costruzione, sui quali ho ripreso a lavorare seriamente da marzo.

Quando sono tornato in Inghilterra, nel novembre 2024, dopo un anno di pausa trascorso in Italia, non sapevo esattamente che cosa sarebbe accaduto.

Fortunatamente, nei cantieri inglesi ho incontrato persone e manager straordinari.

Direi il 98%.

Praticamente quasi il 100%.

Credo che anche loro, però, abbiano incontrato un uomo capace di assumersi responsabilità serie. Almeno penso sia così, considerando che mi hanno tenuto a lavorare per molto tempo e che, in un caso particolare, mi hanno persino pagato i miei famosi miliardi.

È stata un’esperienza che non dimenticherò mai.

Parlo del progetto Tech Edge West, ad Harwell Campus, uno dei luoghi nei quali ho lavorato più intensamente e dove attualmente continuo ancora a lavorare.

Spero di restarci.

Ma questo non posso garantirlo.

La vita mi ha insegnato che non bisogna mai considerare nulla definitivo. Si lavora bene, si dà il massimo, si rispettano le persone e poi si accetta la direzione nella quale il viaggio decide di portarci.

Dai cantieri agli asset digitali

Con il denaro guadagnato attraverso il lavoro ho investito in asset digitali di altissimo livello.

Nel 2022 ne avevo perduti quasi seicento.

Sì, lo so.

Sono un pazzo salentino.

Ma non mi sono limitato a recuperarli.

Ne ho riconquistati più di mille.

È stata una rivoluzione personale.

Forse anche una vendetta contro le circostanze e contro chi aveva contribuito a farmeli perdere.

Ma la vendetta migliore non è distruggere qualcuno.

È ricostruire ciò che avevi perduto e farlo diventare ancora più grande di prima.

Quelli che erano circa seicento gioielli sono diventati più di mille Diamanti Digitali.

Non li considero oggetti da tenere chiusi in una cassaforte. Li considero strumenti attraverso i quali costruire progetti, collegare territori, creare opportunità e provare a generare lavoro.

Dal Progetto della Regina Elisabetta a Solo Regine

Già nel 2022 chiamavo questa visione:

Il Progetto della Regina Elisabetta.

Oggi, purtroppo, la Regina Elisabetta non c’è più.

Per questo motivo ho deciso di chiamarlo:

Solo Regine

Solo Regine non significa soltanto ragazze belle.

Una Regina non è semplicemente una donna da osservare.

È una donna con intelligenza, carattere, sensibilità, forza, visione e capacità di ascoltare.

Solo Regine rappresenta una sfida immensa, ma possibile.

Un gigantesco ecosistema capace di sostenere territori, attività, operatori del turismo, idee editoriali e persone interessate a costruire qualcosa di nuovo.

Durante i miei lunghi viaggi solitari nella rete — quasi una forma di autoesilio digitale — ho osservato attività online apparentemente assurde, capaci di generare mercati da milioni e, in alcuni casi, perfino da miliardi.

Il mercato delle parole, dei nomi e delle identità digitali è ancora poco conosciuto in Italia e in molte altre nazioni.

Io ho incontrato questo mondo quasi per caso, a causa di un errore commesso nel 2012.

Da quell’errore è iniziata una ricerca che ho raccontato soltanto a pochissimi esseri umani.

Un errore può distruggerti.

Oppure può aprirti una porta verso una materia che non avresti mai scoperto.

Il vero Doppio Boss

Il vero Doppio Boss di questa storia, però, è mia madre.

Questo titolo lo assegno ufficialmente a lei.

Nonostante la distanza, tutte le sere mi ha seguito davanti a un computer, ascoltando idee, nomi, progetti, difficoltà, rivoluzioni, sconfitte e improvvise scoperte.

Se qualcuno non la farà Santa dopo avermi sopportato per tutto questo tempo, giuro che proverò a farla eleggere Santa personalmente.

Mia madre conosce ormai più regole della comunicazione di tanti giovani che trascorrono ore sui social inseguendo Like o guardando persino le mie stesse Stories.

E fateci caso:

Voi venite nelle mie Stories. Io non vengo nelle vostre.

Non perché io sia migliore.

Semplicemente perché il mio tempo libero lo utilizzo soprattutto per leggere, ricercare, documentare, conservare e costruire.

Le Stories sono il mio divertimento.

Il lavoro vero avviene altrove.

Per essere autentici bisogna lavorare, raccontare, documentare, conservare e costruire.

Non basta apparire.

Bisogna lasciare qualcosa che possa continuare a esistere anche quando la Story delle ultime ventiquattro ore è ormai scomparsa.

Le grandi aziende non sono nate tutte nei grattacieli

Da molti anni alcune delle aziende con i fatturati più elevati del pianeta operano prevalentemente online.

Facebook, Instagram e molte altre piattaforme ne sono esempi evidenti.

Il problema è che tantissime persone utilizzano queste gigantesche macchine ogni giorno senza conoscerne realmente i meccanismi.

Io non sostengo di conoscere tutto.

Ma ho studiato abbastanza da comprenderne le logiche fondamentali e da riconoscere le possibilità che esistono oltre il semplice utilizzo quotidiano.

L’ho spiegato anche ad alcune delle mie Regine.

Molte grandi aziende non sono nate dentro uffici lussuosi situati nei grattacieli.

Sono nate in piccole stanze, in garage, sopra tavoli rotti, attraverso computer economici e grazie a persone considerate folli da chi osservava dall’esterno.

Poi hanno raggiunto il mondo.

Per questo non dobbiamo pensare che un grande progetto possa nascere soltanto dove esistono già denaro, strutture e potere.

Può nascere anche dal Salento.

Può nascere dall’Oxfordshire.

Può nascere da un cantiere.

Può nascere da una stanza, da un computer da 450 sterline e da una persona che, dopo dieci ore di lavoro fisico, decide di non andare a dormire e continua a studiare.

Se siete arrivati fino a qui

All’inizio vi avevo avvisato:

Tanto sarà impossibile che lo leggi tutto.

Se siete arrivati davvero fino a questo punto, scriveteci.

Fateci sapere che avete accettato la sfida.

Raccontateci chi siete, che cosa sapete fare e quale futuro vorreste provare a costruire.

Non servono persone perfette.

Servono persone vere.

Persone capaci di imparare, collaborare, ridere, impegnarsi e assumersi delle responsabilità.

Il futuro dipende anche da noi.

Anche il mondo può essere cambiato, ma non aspettando continuamente che lo cambino gli altri.

Non fidatevi ciecamente di chi promette cambiamenti senza costruire nulla.

Troppa parte della politica vive di promesse, interessi personali e sistemi che si proteggono da soli.

La vera rivoluzione comincia quando le persone smettono di aspettare e decidono di collaborare.

Non parlo di una rivoluzione contro qualcuno.

Parlo di una rivoluzione contro l’immobilità, la rassegnazione, la mancanza di crescita e l’idea che tutto debba restare esattamente com’è.

Appartengo alla categoria dei Pazzi

Vi avviso.

Io appartengo alla categoria dei Pazzi.

E ne sono orgoglioso.

Sono però una persona molto seria, anche dentro la mia comicità.

Persino quando parlo di donne lo faccio con rispetto.

Le donne, per me, sono esseri extraterrestri, proprio come me.

Sanno ascoltare, osservare e comprendere molto più di quanto spesso venga riconosciuto loro.

Ai normali, agli omologati e ai raccomandati lascio volentieri le strade facili.

Io preferisco le salite.

Potrei fallire ancora.

Potrei perdere tutto nuovamente.

E sarei sempre pronto a tornare a raccogliere la spazzatura, lavare i bagni, spostare materiali e svolgere qualsiasi lavoro considerato umile.

Non mi vergogno del lavoro.

Mi vergognerei soltanto di non averci provato.

Ho tentato di raggiungere le stelle.

E quando un giorno arriverà anche per me il momento di lasciare questo pianeta, potrò morire felice sapendo di aver almeno cercato di avvicinarmi.

Le persone che mi conosceranno non dovranno ricordarmi come una persona normale.

Dovranno ricordarmi come un folle.

Uno che ha provato.

Uno che ha perso.

Uno che ha ricominciato.

Uno che ha guardato un problema e ha visto una possibilità.

Adesso sta a voi

Io continuerò il mio cammino indipendente, qualunque sia la direzione nella quale mi porterà.

Continuerò a viaggiare, lavorare, studiare, raccontare e costruire su questo fottutissimo e bellissimo Pianeta Terra.

Perché anche la Terra è una Regina.

Una Regina immensa, fragile, contraddittoria e ancora tutta da scoprire.

Adesso sta a voi.

Io vi ho raccontato una parte del viaggio.

Il resto dobbiamo ancora costruirlo.

The End
Take Care = Statemi bene.
CarMelo Rizzo Italia

L’ho letto tutto

All’inizio ti avevo avvisato: tanto sarebbe stato impossibile leggerlo tutto. Se sei arrivato fin qui, fammelo sapere.

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